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MILANO DI NOTTE E’ UNA PUTTANA SCALZA

Questo racconto è piaciuto a “La Repubblica”.

Milano di notte è una puttana scalza con l’alluce che sbuca dal collant bucato, al sabato si traveste, si da una ripulita, ma al lunedì torna se stessa, perché la notte a Milano arriva di lunedì, quando la gente per bene dorme, dentro le lenzuola che odorano di pulito, mentre io lavoro dentro il mio taxi, bianco come un lenzuolo sudicio, sporcato dalla notte: dalla luce giallastra dei lampioni, dall’odore dei clienti, non come quelli del sabato, tosati e pettinati come aiuole.

Ha le spalle da Minotauro, la mascella decisa, la schiena robusta, i polpacci da ciclista e una quarta di seno! Si chiama Monica, è il nome che si è scelto dopo l’operazione, mi chiama “tesoro”. Il lunedì, mi spiega, è la serata del buon padre di famiglia perché la domenica la passa coi bambini. Monica stacca sempre alle tre, solo i primi tempi tirava a far mattino, quando aveva da avviare l’attività. Resto perplessa! Parla del suo corpo come se fosse la sede legale di un’impresa! Il giorno in cui cambierà pappone che ci scrive!? “nuova gestione!?”. Una volta ha fatto a botte: “questa è zona mia”, le disse un viados dalla folta criniera slavazzata. Sembravano due pugili travestititi da donne.

Si dice che gli angeli non abbiano sesso: Monica li rappresenta entrambi, è un ermafrodita, un bronzo di Riace con le calze nere e il tacco da dodici; le labbra rosse e le mani da muratore. Ogni lunedì torna a casa in taxi.

È una notte umida, si è addormentata sul sedile posteriore, ho l’impressione di trasportare un pupazzo inanimato: la sua femminilità esasperata ha qualcosa di comico, mi ricorda la Miss Piggy dei Muppezs, o una bambola gonfiabile comprata al sexy shop! La gente dimentica di tutto sul taxi! Uso un tono sostenuto, per richiamarla dal sonno: “siamo arrivati”, il pupazzo riprende vita di scatto, guardandosi attorno, si scuote come il personaggio di un cartone animato investito da un treno o schiacciato da un masso, si scrolla ed è “come nuovo”, disposto a subire ancora, capace di sopravvivere a tutto.

Monica ha qualcosa di eroico, anche se è un perdente! Non pensa al masso che le è crollato sulla testa, punta dritta all’obbiettivo, vuole essere donna, anche a costo di essere derisa. È sfacciata e vanesia per orgoglio, per sfida, ha scelto di atteggiarsi a regina. La femminilità secondo Monica è una puttana tragicamente sdegnosa e regale.

La guardo allontanarsi, cammina a fatica come se il tacco da dodici fosse una tortura per quel piedino da carpentiere, di fronte al portone si sfila le scarpe, resta scalza con l’alluce che sbuca dalla calza nera come una luna disgustosa e deforme che lacera la notte di Milano.

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H.O.W. L’UOMO DELLE STELLE

La notte è stata lunga per me. Non sempre arrivo fino alla fine del turno. Da qualche tempo un personaggio, di certo il più incredibile che sia mai salito sul mio taxi, mi tiene compagnia durante le pause. Di lui so poco, praticamente nulla. Per capire bisogna fare un passo indietro.

Geniale, irriverente, sensibile e squattrinato ma un po’ troppo elegante per esser veramente povero, perciò lo scaricai arrabbiata quando a fine corsa mi disse che mi avrebbe pagato con una poesia!

Qualche giorno dopo, al posteggio di Duomo, un collega mi allungò un foglietto verde ripiegato, una poesia battuta a macchina. “L’ha lasciata un tizio per te”, disse il tassista. Incredibile!

Amara e lucida, le riflessioni di una regina dei “mariti di mezzanotte”, sola di fronte allo specchio della verità. Firmata H.O.W.

Potete immaginare la sorpresa quando l’ho rivisto, sempre nella stessa zona (Corso Venezia), sempre di notte. How da allora è un personaggio che intreccia il mio tempo durante le pause. Non faccio che dirgli che dovrebbe scrivere, forse allora comincerebbe a pagarmi le corse!

Sono abbastanza certa che venga da un altro pianeta. Gli piacciono i giardini di Via Palestro per i loro musei. Di notte il parco è chiuso, tra le grate ho puntato l’obbiettivo sui muri del planetario, intanto il giorno saliva…

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 CHINATOWN

Non è un comune temporale estivo, il cielo vomita sulla città. I lampi sono colpi di frusta che sembrano dirmi: «non sfidare gli Dei, accosta e aspetta che passi la tempesta».
Ho 15 ore di lavoro sulle spalle perché oggi i tranvieri hanno deciso di scioperare. Sono troppo stanca per assecondare il cielo. Il mio taxi è un puntino bianco che si fa strada nella tempesta come un meteorite scagliato a razzo verso la terra, verso casa, se ne vede solo la scia, nulla lo può fermare! Tranne un vecchio cinese fradicio sotto un cartellone pubblicitario, subisce immobile l’assalto del cielo. Stringe al petto un fagotto.

Freno, sento le gomme scivolare sullo strato d’acqua. Il vecchio sale in macchina con la gioia di un viandante accolto in un rifugio asciutto. Il sedile posteriore produce un suono irritante, di spugna che s’inzuppa. Lo fisso perplessa, sono senza parole. Indossa un abito tradizionale cinese che sembra un pigiama di seta nera. Ha lunghi capelli bianchi e sfilacciati, raccolti in una coda sottile. Parla la lingua originale, suoni taglienti che sembrano provenire da un disco accelerato. Ora vedo meglio il fagotto: un maialino morto avvolto in un sacchetto di plastica trasparente che l’acqua lascia aderire alla carne rosa. Mi porge un biglietto umido, l’indirizzo è scritto sia in italiano che in cinese, gli ideogrammi colano verso il basso.

Le indicazioni conducono a un negozietto con l’insegna dipinta a mano, sulla soglia ci sono altri cinesi, anche loro portano con sè il macabro fagotto, egualmente morto e accuratamente imbustato. Il buon senso mi suggerisce di scaricare il vecchio senza fare domande, ma la curiosità è più grande della saggezza. Scendo dal taxi per aprirgli la portiera, lui ne approfitta e mi porge la busta, rabbrividisco. Oltre la plastica trasparente, percorsa da gocce d’acqua, il maialino sembra nudo. La vittima di un assurdo film dell’orrore, colta di sorpresa mentre si faceva la doccia. Gli occhi immobili sull’ultima emozione, la bocca sorpresa. Per un attimo sembra che l’urlo venga da quel corpo morto, piuttosto che dall’interno del negozietto. Risuona in tutta la via, violento, pieno di disperazione. La porta del negozio è un enorme vetro bianco latte, incastrato in un telaio di ferro, con grandi ideogrammi neri dipinti a tratti energici. Oltre quella porta stanno ammazzando qualcuno. È la bottega degli orrori.

Il vecchio siede ancora all’interno del taxi, ha un sorriso vago, indecifrabile, potrebbe essere un ghigno malvagio o un cenno per mascherare l’imbarazzo, questa ambiguità accresce la mia paura, lui lo sa, la paura si sente! E’ un fulmine che ti piomba nel corpo, è una scarica improvvisa di adrenalina, la biochimica che ti dice: «si mette male». Gli altri cinesi sembrano stranamente indifferenti alla mia presenza, immobili come l’esercito di terracotta, fissano increduli la vetrina del negozio. Vorrei dire: «va bene, si è fatto tardi, a casa mi aspettano…» ma un uomo accasciato e nudo colpisce la porta del negozio dall’interno, subito si ritrae con uno scatto che pare innaturale, ne rimane solo una scia, rossa, lungo il vetro candido come carta di riso, proprio sotto il nero degli ideogrammi, sembra un timbro, un antico sigillo imperiale.

Oltre le persiane chiuse colpite dalla pioggia ci sarà un’altra persona che ad agosto è rimasta in città. Qualcuno che sente queste urla e sta chiamando la polizia, non pretendo che scenda a salvarmi. Ma è più probabile che stia filmando la scena per metterla su youtube, in agosto a Milano resta solo il disagio sociale.

Sento le urla avvicinarsi nuovamente, l’ombra sbatte ripetutamente contro il vetro, irradiandolo di schizzi. La porta vibra sotto ogni colpo, sta per cedere, si spalanca con uno scatto secco: un maiale fugge lungo la via buia, perde sangue dalla gola tagliata. Ecco l’uomo che la mia fantasia ha visto nudo, ferito, accasciato, si tratta di un maiale sfuggito a metà dell’opera. È inseguito dal suo assassino. Il macellaio brandisce un coltello, indossa un camice sudicio, le macchie di sangue fresco si sovrappongono a quelle più scure di sangue rappreso. L’urlo di un maiale ferito è spaventosamente umano, ricorda quello isterico delle donne nei film in bianco e nero, pare un soprano costretta a cantare mentre fa i gargarismi. Il macellaio si volta verso di noi, parla cinese, si rivolge ai suoi connazionali, con il braccio fa segno di seguirlo, nessuno bada a me, è come se non esistessi, sono solo una tassista capitata nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

La pioggia scende sempre più fitta, sfumando i contorni. L’animale corre disperato inseguito dai cinesi, una tribù isterica rincorre un annaffiatoio a quattro zampe che spruzza sangue ovunque, ne resta una striscia liquida anche sulla portiera del mio taxi, all’altezza della scritta “Comune di Milano”, goccioloni tondi di sangue denso e scuro come cioccolata che la piaggia allarga e dissolve. La corsa del maiale si fa sempre più fiacca, affannosa, la vita lentamente si svuota sul marciapiede.

Preso! «Fu huò, fu huò», urla un cinese che è riuscito ad afferragli una zampa posteriore, guarda i suoi compari con aria soddisfatta, trionfante. Trascina l’animale per un breve tratto, la sagoma rosa lascia sotto di sé una scia scomposta, simile al colpo di un pittore per pulire il pennello. Il maiale giace sull’asfalto nero, tirato a lucido dal temporale, respira a fatica, l’urlo ormai è un rantolo, ha gli occhi sbarrati, disperati. Un corpo nudo e pallido sdraiato al centro di una strada nera. Una pietà suina! Grottesca e insieme tragica. Come una lacrima un rivolo d’acqua e di sangue scende verso un tombino, porta con sè un mozzicone di sigaretta, la carta di una caramella e il foglietto con il pensiero di un Bacio Perugina, chissà che c’è scritto? Mi avvicino per leggerlo ma il macellaio lancia una secchiata d’acqua sulla pozza si sangue, un’onda improvvisa tira uno schiaffo all’asfalto mischiando sangue e sporcizia. Alzo lo sguardo, fisso il cinese con odio. Lui non capisce, non gli importa capire. Solleva il mento, mi rivolge parole taglienti, come se avesse una lametta conficcata in gola, ha in mano il portafoglio, indica il tassametro che nel frattempo ha continuato a girare: non ha misurato la strada ma gli ultimi respiri di un maiale che muore nella città vuota in agosto. Mi paga in modo sbrigativo, con la stessa naturale freddezza con cui ha ucciso, come un gesto ripetuto talmente tante volte da perderne il senso.

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ALBANIA

Mercoledì 22 – L’uomo al semaforo che tutti i giorni mi chiede una moneta ha indossato l’abito rosso di Babbo Natale e il solito sorriso a denti alterni. Instancabile vedetta dell’incrocio tra Viale Sondrio e Melchiorre Gioia. Il costume è sudicio di smog come una spugna inzuppata. Gli allungo una moneta, sorride e mi dice sempre la stessa parola:“Albania”.Oggi suona come un augurio.
“Albania anche a te”, gli rispondo mentre sale il finestrino. Inutile chiedergli come si chiama, la risposta è sempre la stessa. Anche gli altri autisti gli allungano una moneta. Grazie al costume ha incrementato gli affari..

Giovedì 23 – Oggi non sta al solito semaforo ma all’incrocio precedente. Ha l’aria un po’ triste, sorride solo quando gli allungo la solita moneta. Il sorriso sgranato rivela un dente in meno e una guancia graffiata.
“Che ti è successo?” gli domando
“Niente, preferisco questo semaforo”.
“Dicevo alla faccia”
“la mia faccia è sempre la stessa. Ciao”
E’ la prima volta che mi dice una frase senza la parola “Albania”.
All’incrocio successivo mi sono più chiare le ragioni del cambiamento. Il semaforo ha un nuovo padrone, ovvero un uomo senza una gamba poggiato sulle stampelle, gli occhi infossati dentro un viso invecchiato da una folta barba bionda. “Albania” non è più molto giovane ma mi sembra strano che possa aver la peggio contro un uomo che fatica a reggersi in piedi. Solo più tardi, ritrovandomi nei paraggi, ho capito che l’albanese ha dovuto vedersela con l’uomo che a sera passa a recuperare il povero storpio, e che, ogni mattina, puntuale come una scolaretta, lo riaccompagna al semaforo. Un incrocio così ampio rende di più, specie a Natale, quando il freddo punge e si rispolverano i buoni sentimenti.

Venerdì (notte) 24 – Fa freddo sta notte, Milano sotto le strade deserte cosparse di sale sembra una città fantasma. I marciapiedi adesso sono isole conquistate ai viados e alle prostitute, sembrano qualcosa di separato dalla realtà. Figure surreali. Mentre, noi che gli passiamo accanto, chiusi dentro vite “normali” sembriamo dirgli “siamo noi la vita reale”. Ma oggi Natale ha invertito i termini. Sta notte la città mi sembra di plastica, Sta notte mi sembra che il mondo reale sia “Albania” e la barba gialla dello storpio, persino le tette finte dei viados mi sembrano più vere delle luci del centro, dei manichini immobili nelle vetrine, dei rami secchi ricoperti di brina. Sembra di vivere dentro un’eterna cartolina, non resta che scriverci sopra “BUON NATALE”

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OCCHI

Dal Paese delle Meraviglie Alice è emigrata a Milano. Viaggia leggera nel suo vestito azzurro cielo, con un sacco di velluto che pare una lunga melanzana violacea. Per non provare troppa nostalgia ha scelto Via Agordat. La strada finisce su un parco stupendo, dove i muri di un anfiteatro hanno gli occhi. Non potevo non fotografarli:

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 il MAX-imo 

Psicotaxi è sul sito di Max – la storica rivista maschile.
“Quella con le donne nude!?” mi hanno chiesto un po’ perplesse le Zie. L’anno scorso hanno frequentato il corso di compiuter della biblioteca. Ed è stata solo colpa mia!

“Da quando la figlia della vicina legge il tuo blog, quando c’incontra ride”, si erano lamentate. “Cosa scrivi di noi!?”
Per non dover rispondere affondai la mandibola nella fetta di torta, fin sotto il naso, tanto che respirai e soffia fuori una nuvoletta di zucchero a velo.  Le Zie non ammettono che si parli con la bocca piena!

Grazie al corso hanno imparato a navigare. Finalmente, le mie adorate, amatissime e splendide Ziette possono leggere quanto le ami!

Questa mattina mi hanno telefonato di buon ora, pur sapendo che faccio la notte!
“L’articolo su Max che parla di te e del tuo blog è proprio accanto a quello sul calendario della Santarelli! Insomma, secondo te, uno cosa va a leggere!?”

Sappiamo bene che le Zie hanno ragione. Però le preferivo prima del corso di compiuter, quando ancora mi chiamavano per chiedermi come si leggeva il lato b del cd!

Se vi va, sull’immagine c’è il link, perchè non sono come il nano che sogna di fare il giocatore di Basket!  Non si può fare a meno di accettarsi. Comunque per me questo articolo è bellissimo, checché ne  dicano le Zie!

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GUIDA COI LUPI

Diario di bordo. Ore 3.00 – A parte il mio taxi, un clochard ibernato e un lupo che a muso alto lancia il suo ululato, nessun altro riempie questa notte vuota. Mi piace la sensazione d’esser completamente sola, è riposante! Ho scattato questa foto prima di tornare e casa.

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TAXI LOVE!

Ho scritto una poesia d’amore. Fa così:
Amore non è ricevere cioccolatini e un mazzo di fiori
ma il cambio dell’olio e le pastiglie dei freni!
Versione in prosa:
Amare qualcuno o qualcosa non è riprodurre un clichè ma prendersene cura.
Voto: 2 meno, meno 

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A TRUE STORY

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Il taxi è rotto, tanto per cambiare. E’ il destino di un’auto che non si ferma mai. Giace immobile e bianca nella penombra dell’autofficina, dalla bocca del cofano spalancato emerge il mio meccanico, Giovanni, anche lui ha fatto troppi chilometri, da qualche anno soffre di diabete, ne parla come se fosse un guasto riparabile, ognuno ha le proprio categorie. Eppure so che non si cura:

“Ciao Giovanni, lo sai, è morto Mike Bongiorno, aveva il diabete…”
A dir la verità non so neppure se aveva i capelli, la chioma biondiccia pareva il cranio di una bambola, ricostruita a piccole ciocche isolate. Però ho insinuato una paura. La parola diabete è un pulsante, richiama le sue antenne su ciò che non vuole vedere. Il diabete è una malattia subdola, danneggia gli organi lentamente, non va presa con leggerezza. Terrorizzarlo è il mio modo di volergli bene.

Accende la vecchia radio, ascolta in silenzio: “La notizia è stata data da Sky24, Mike Bongiorno aveva appena lasciato Mediaset per approdare a Sky…”
“Ah ecco – mi dice – non è stato il diabete, se restava a Mediaset…”
“Sei incredibile!” gli rispondo, mentre penso che infondo la logica del mio meccanico ha un senso.

Mike Bongiorno non poteva vivere fuori dalla tv generalista, reinventarsi, riciclarsi come la spazzatura nei reality. Non è morto solo un uomo, il padre televisivo che ha svezzato infinite generazioni, partendo dalla tv in bianco e nero, fino a quella a colori; Mike Bongiorno è venuto ancora prima del telecomando, ricordo che noi avevamo quello umano, mio fratello più piccolo restava in piedi accanto alla tv, gli si diceva “cambia”, solo quando finiva lo zapping tornava a sedere, non era una tortura, avevamo solo dieci canali! Mike, un pilastro nella tv anni ’80. Il Drive in, le maggiorate, i colori pastello, l’E-Team, i cartoni animati. Quanti ricordi ci lascia mamma tv, ormai morta, lui non poteva sopravvivergli. Cosa c’entra Mike Bongiorno con la tv di oggi!? lui, che dallo schermo ci entrava in casa, sempre impeccabile, sempre elegante con un’antica cortesia, immutabile, urlando: “Allegria!”

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 LE CONFESSIONI DI UNA DONNA ALBERO

“…Bisogna essere severi, saldi, come un albero radicato al suolo…”, mentre parlava pensavo che fosse troppo rigida ma poi ho preso ad ascoltarla come si dovrebbe imparare a fare, fino in fondo. “La severità non va confusa con l’ottusità. E’ qualcosa di molto simile alla determinazione, alla volontà.”

Io, ormai, appartengo al genere “testa fra le nuvole”. Mi piace l’ozio e vagare a caso tra ciò che amo. Mi salva il fatto che il letame mi annoia e mi riferisco a cose come guardare la televisione. Posso passare, invece, un intero lunedì a leggere o andare al cinema di mercoledì pomeriggio per godermi la sala vuota, come se stessero proiettando il film solo per soddisfare un mio capriccio.

La mia leggerezza è una deformazione, visto che per professione vago per strada nella notte. Oppure è una passione perchè vagando raccolgo suggestioni, storie, immagini che passano dagli occhi fino al cuore. “Non è un lusso”, secondo lei ma un costo. “Una cosa che si paga”. Credo che abbia un po’ ragione.

E’ scesa dal taxi ma la porterò fino a casa per metterla sotto l’albero di Natale. Regalandomi un po’ di quella sua severità. Magari senza perdermi il gusto di godermi il mondo.

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“DEUS EX MACHINA” DICONO I PIU’ COLTI
“COLPO DI CULO!” DICE LA STRADA!

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Il Destino!? Il Karma!? Forse. Anche un’atea impenitente ieri ha ammesso l’idea che Dio potrebbe esistere. Ha la barba bianca, assomiglia vagamente a Karl Marx. Mi ha parlato attraverso i segni! Non quelli del Tg per i sordo-muti, di più…

Eppure a casa, in quel che restava della notte, ho avuto un incubo. Il taxi sfrecciava in retromarcia. Mettevo la prima, acceleravo, tiravo il freno a mano ma non serviva a niente. Scesa dall’auto ho visto le ruote squarciate. Tre uomini del mio passato mi passavano accanto- Uno mi poggiava la mano sulla spalla e sarcastico diceva “mi dispiace!”, con un senso di rancore, un sentimento di vendetta, di sopraffazione. Non occorre essere Freud per capire il significato di un incubo. Sono tornata nel passato “in retromarcia”, tra ostacoli di gente inutile buona solo a tagliarti le gambe. Tra invidie e gelosie- Per essere la stampella di gente invalida che non vuole che altri riescano. Un ginepraio, un groviglio che se non ti svuota ti uccide. Eppure le ruote si riparano e ognuno guida propria auto dove vuole. Si può anche svoltare, guidare via lontano, verso altre traiettorie.

So che questo post è un po’ ermetico ma chissenefrega!!! Sento di non avere più la volontà di gettare energie nelle cose per cambiarle, semmai per raccontare. Non voglio più conquistare il mondo ma viverci dentro, e godermelo. Non per desiderare la calma piatta ma sempre nuove cose, ci sono strade che non mi appartengono più. Ieri sera la fortuna, Dio o qualcosa di straordinario me l’ha ri-confermato..

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UN FINE SETTIMANA TRANQUILLO…

Sabato una bomba – Domenica un terremoto! Decisamente un fine settimana tranquillo.
Ha gli occhi stanchi, due occhiaie simili ad una maschera poggiata sul naso. Il suo treno arriva da Bologna. Durante la settimana lavora a Milano, ogni week end torna a casa, quando può. “Quando mai…”, dice.
“Il letto sussultava – racconta – come se l’intero mondo mi venisse a dare la sveglia: svegliati! Il giorno del giudizio è arrivato! Ora passa, pensavo, ora passa.. Non vedevo le crepe che si arrampicavano lungo il muro, i mobili cigolare, un dondolare lento ti dice che non sei che un pezzetto di fronte all’assalto dell’universo. Ma non ci pensi, tutte queste cose le capisci dopo, oppure mai. Durante la scossa senti solo la paura.
Sono corsa in strada così com’ero, col mio ridicolo
pigiama rosso. Vedevo intorno a me le finestre illuminarsi, una dopo l’altra. I neon delle scale lampeggiare prima di accendersi. Le urla. Una famiglia uscire da un portone di corsa, due bambini insieme ai genitori. Ho atteso l’alba su una panchina, insieme agli altri. Una luce pulita illuminava le macerie.”

Scatta ad ogni frenata, cerco di guidare lenta. “A volte – mi dice – ho la sensazione che possa ricominciare, allora mi fermo ad osservare quello che mi circonda per vedere se si muove, se vibra, se oscilla.. Ho paura della paura! Quel brivido che senti salire quando la scossa ha inizio “

M’invento qualcosa per calmarla. “Lo sa che la macchina è il posto più sicuro durante un terremoto?”. La radio è una lunga cronaca da carneficina. Redazioni sovreccitate – andate a dormire con una bomba, risvegliate all’alba da un terremoto! Cambio stazione, ora suona una canzone, un notturno di Chopin..

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LA DIGNITA’ DELLA FUGA

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Quando la neve elimina le strade come una gomma su un foglio bianco. Quando il traffico delle cinque vi stringe come un abbraccio fastidioso. Quando il cliente vi ha scambiati per l’ufficio reclami. Ecco che il cervello, sull’orlo dell’alienazione, come un juke box risuona una canzone dall’interno.
In questa città mi sento una carcerata. La fuga è l’unica soluzione ma supportata da un piano, tipo “fuga da Alkatraz”, altrimenti si scivola nel patetico e un po’ nella vigliaccheria!

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LE VIE DEL SIGNORE 

Ho scritto un racconto apocrifo

“Perdonami Padre perché ho peccato, in pensieri, parole, azioni…”

“No! – dico al pellegrino seduto sul sedile posteriore – mi scusi se la interrompo ma non mi è chiaro: parole e azioni va bene, ma pensare non é mai peccato…”

“Insomma, me l’ha chiesto lei l’atto di dolore..”

“Atto di dolore!?” già la parola mi fa paura. L’atto di dolore te lo becchi tu, penso guardando il tassametro. Per l’arrivo del Papa molte strade sono state chiuse al traffico pubblico e privato. La Tangenziale è inaccessibile e il pellegrino ha scelto un Hotel in periferia.

“Io parlavo – spiego – della confessione. Penso che sia un modo per confrontare la propria interiorità. In un certo senso, anche un tassista può essere un confessore, o un barman, o un amico. Pensi che ho fatto persino un blog su questo…”

Il Pellegrino mi guarda schifato, come se avessi bestemmiato. L’espressione di disgusto racchiusa nello specchietto retrovisore mi fissa implacabile, tanto che mi viene un dubbio:

“Si sente bene? – domando – Non è che soffre l’auto?”

“Sto benissimo”, dice gelido.

A destinazione fruga nelle tasche, cerca i soldi per pagarmi.

“Ho solo pezzi grossi. Non so se ha da cambiare… Comunque, considerato il traffico, potrebbe farmi uno sconto, se vuole ho un 10, vede..”, mostra la banconota stropicciata insieme al resto del contenuto estratto dalla tasca. Un santino, un crocefisso, un biglietto del treno.

“Questa è benedetta”, mi dice allungandomi l’immaginetta accanto ai soldi.

“Ok, quante ne occorrono per pagarci le bollette!?”

Pellegrini! Mi sarà capitato quello sbagliato!? “Peccato” che al successivo ho dovuto dire:

“Lo vedi questo – indicando il tassametro – ti sembra il cestino delle offerte!?”

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LA PROFEZIA DELLA CASALINGA

Questa mattina il telefono ha squillato la cavalcata delle valchirie. Solo le Zie suonano in modo così wagneriano!

“Quest’anno mangiamo da te”, mi dicono senza neppure salutare.

Alla faccia della crisi! “Ti riferisci a tutto il 2013?” Chiedo sperando che la profezia Maya sia vera!

“Non fare la stupida. Parliamo del pranzo di Natale”.

Seguono indicazioni dettagliate, a modi attacco all’alba, relative a tutto ciò che devo acquistare, alla tavola, agli addobbi, ecc.. Un elenco di cose da fare e, soprattutto, da non fare! Tanto per dirne una: “Non avrai mica appeso alla finestra quel ridicolo Babbo Natale?”.

“Era una performance artistica sull’aspetto Kitsch del Natale”

“Si, si! Me lo spieghi un’altra volta, cara… Tu, però, togli quell’orrore. Pareva che si fosse impiccato al tuo cornicione!”

“Tranquilla! Quest’anno i vicini hanno fatto una petizione…”

“Bene! Parliamo del tuo appartamento. E’ in ordine, vero?” Un silenzio profondo interrompe la conversazione. “Pronto?”, insiste la Zia

Asservo desolata il caos che mi circonda.

“Uno specchio!” Rispondo.

Per capire quanto ami fare la casalinga, dico solo che trovo meno spietata un’esplosione atomica! Di certo più rapida!

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PER ALTRE VIE

 

2 Giugno 1946 – 2 giugno 2012

“Per varie VIE e diverse VIE, che sembravano traversie ed eran in fatti opportunità”

Vittorio Foa (*)

(*) Scrisse questa frase su un libro il giorno della sua scarcerazione, dopo 15 anni di reclusione per attività antifascista. Questa frase, che in realtà è di Vico, mi è sempre piaciuta tanto, perché esprime speranza e coraggio, in fondo, è tutto ciò che ci serve.

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VIA SOLARI

Ho scattato questa foto in un cortile interno di Via Solari. La cliente tornava dalle vacanze carica di bagagli, mi ha chiesto di oltrepassare il cancello. Si è accorta che guardavo il murales.
“Neppure delle telecamere hanno paura”, mi ha detto allungandomi i soldi. “Ma tanto so chi è stato…”.
“Gli faccia i miei complimenti”.

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LIFE IS DIFFICULT BUT IT’S BEAUTIFUL

Ho portato un Budda, un saggio, era felice con la sua granita appiccicosa. Ed io non sapevo come dirgli in inglese, “Fai cadere anche solo una goccia di quella roba che mi paghi gli interni! Me li rifaccio di fantozziana pelle umana, la tua!”. E’ stato allora che mi ha ucciso con un sorriso e 6 parole: “LIFE IS DIFFICULT BUT IT’S BEAUTIFUL”

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CORSO PREMATRIMONIALE

Facciamo un po’ di psicotaxi, del resto trascuro il blog da troppo tempo. Incoraggiata anche da Oizz, che mi ha invitato a condividere e pubblicare sul suo blog. Pubblico questa “true story”, come dicono i migliori film, la mia però è un po’ provocatoria, perdonatemela.

CORSO PREMATRIMONIALE


“Il matrimonio è un contratto, lo è per definizione, quindi deve essere conveniente. Perciò il matrimonio non può assolutamente avere nulla a che fare con l’amore. L’amore è un sentimento complesso, ha ben poco di razionale. Non si può firmare un contratto in stato di euforia ormonale. Un matrimonio basato sull’amore è quindi è un matrimonio a termine, tipo bomba a orologeria.”

La cliente ride, i pacchetti hanno invaso il taxi con i loro nastri in raso color avorio. Si sposa a giugno e vuole convincermi che il matrimonio sia un “passo essenziale”

Sta preparando il grande evento con rigore scientifico. Quando è salita sul taxi stringeva il cellulare tra i denti, come un pirata lanciato all’assalto! Inveiva nel telefono contro il fioraio che insisteva ancora con “’sti cazzo di boccioli di rose bianche – come li chiama lei – Ho ordinato le gerbere e i tulipani per le decorazioni, mentre per il bouche voglio le calle”.

Per una sposa così serve un abito di materiale ignifugo! Ma sono sicura che abbia pensato anche a questo. Eppure mi è simpatica, perché, diciamo la verità, noi donne siamo straordinariamente tenaci, quando vogliamo qualcosa diventiamo cani da fiuto, macchine da guerra, atleti in allenamento. Noi costruiamo. Del resto sapete perché hanno inventato i corsi prematrimoniali? Per insegnare a lui come chiudere la tavoletta del cesso.

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NON SCELGO IO DI COSA INNAMORARMI

La mia nuova passione per le foto non passa, anzi peggiora. E’ come se non dipendesse da me scegliere di cosa innamorarmi.
La neve è arrivata ieri notte, come una tempesta di sabbia sta coprendo la città. Mi sono svegliata presto. Ho preso guanti, sciarpa, cappello, scarponi da contadina, chiavi del taxi, macchina fotografica e gli occhi di una bambina entusiasta. Questa notte li strizzerò per i grugniti, già lo so, maledicendo ogni singolo fiocco, venuto dal cielo a trasformare le strade in lastre di vetro. Fino ad allora mi godo la bambina sognatrice e un po’ idiota! Quando ci ricapita!?

 

- Bici Naviglio -

 

- Parco Sempione –

 

- Zona Fiera -

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 RABBIA FREDDA

Devo leggere più di 200 mail, poi ci sono i messaggi, i commenti le notifiche su facebook e twitter. Per 10 giorni la mia connessione è rimasta inattiva. Ho navigato a fatica nel mare del servizio clienti del mio operatore telefonico. Completamente inutile, praticamente non serve a nulla, se non ad aumentarti la bolletta cercando di attivarti nuovi servizi ma nessuno ha saputo spiegarmi perchè la mia linea fosse interrotta, o come riattivarla, che è meglio! Ho collezionato insulti e telefoni in faccia fino all’ultima offerta promozionale, ovvero, la goccia nel calice colmo della mia pazienza.

Ore 13.07 – Calo di zuccheri e fretta isterica – le basi fondamentali per una crisi di nervi. E’ il momento meno opportuno per ricevere una telefonata. “Buongiorno, sono Cristina, chiamo per conto di Fastweb, ho importante comunicazione, e bla, bla, bla…”. Strano, nessuna isteria. Mossa da una furia lucida, da una

rabbia fredda, ho:

1. Buttato giù il telefono, fin qui mi pare semplice!

2. Cercato il numero di centralino della sede legale del mio operatore telefonico. Un prefisso seguito da quattro numeri.

3. Per raggiungere gli interni è sufficiente aggiungere 4 numeri, i primi sono sempre quelli. E’ importante trascrivere i numeri composti, per non ripeterli e per segnarvi l’interno dell’amministratore delegato che prima o poi, se affiancate la tenacia alla rabbia, e con un po’ di fortuna, raggiungerete. Le ho avute entrambe:

“Buongiorno, sono Sofia, la chiamo per conto di tutte che quelle persone a cui telefonate a casa, nei momenti meno opportuni..”

Ora ho nuovamente la linea e un articolo sulla pagina di fastweb!!!! Ma questa è un’altra storia per il prossimo post, intanto se volete, trovate qui il link:

http://www.fastweb.it/portale/canali/digital/digitalife/contenuti/articolo/?id=FL00967

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STRONZE

Sono preoccupa, le stronze, come le api, si stanno estinguendo. Una categoria umana da tutelare. Anche loro devono esistere, come i serpenti e gli squali, per non compromettere l’equilibrio dell’ecosistema.
E’ inutile che accendete neuroni e celle di memoria con immagini di colleghe, sorelle, cugine, portinaie, antipatiche, acide o mignot.. Non fatevi trarre in inganno. La vera Stronza è un’altra cosa. Ve lo dico io, che di gente ne vedo tanta…
La vera Stronza esce subito allo scoperto, non si nasconde, si dichiara! Lo fa nella sua lingua, fatta di gesti, aristocratici e lenti. Con il naso punta le nuvole anche quando cade a terra. E’ brutta, anche quando è bella, perché la vera bellezza non si vede. S’annoia, sempre, ma non sbadiglia mai, perché lo sbadiglio è plebeo. Non perde quasi mai il controllo, che l’isteria è per le popolane…
In oriente le chiamano “Donne Tzunami”, perché quando divorziano, si portano via la casa, la macchine e pure tutto il resto.
La Stronza vive nel profondo convincimento d’esser la regina di un mondo a sua immagine e somiglianza governato più che dalla legge della selezione naturale dalla selezione all’ingresso in discoteca.

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NON HAI PAURA?

Come tassista potrei entrare nel Guinnes dei primati. Sono la donna a cui è stata posta il maggior numero di volte la stessa domanda: “Non ha paura?”. E’ strano come ogni volta suoni come un interrogativo esistenziale.

Certo che ho paura: dei grassi saturi, dell’altezza (soffro di vertigini), del lato peggiore del mio carattere, della solitudine, della mia vigliaccheria e DEGLI INSOSPETTABILI

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ROSA INQUINAMENTO

C’è il Blu Oltremare, il Giallo Limone, il Verde Oliva, ecc.. Il ROSA INQUINAMENTO è il colore dei tramonti milanesi. L’effetto filtro è merito del finestrino sporco e della mia mano, ferma come una farfalla isterica.

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RITORNO ALLA NOTTE

Il turno di notte è una di quelle cose che richiede un saggio bilanciamento costi/benefici: PREFERISCO ESSERE AMMAZZATA DA UNA RAPINA CHE DA QUESTO CALDO. Non mi serve sapere altro.

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CHI E’ MARIO?

Già comparso nel blog (clicca qui), Mario non è il mio gatto, perchè i gatti non sono di nessuno. Oggi, sbirciava dentro la fotocamera perchè è un tipo curioso quando non dorme! E’ sveglio Mario, malgrado le sue 20 ore di sonno!

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IL SOVIET DI QUARTO OGGIARO

Finirà la mia nuova fissa per le foto dal taxi!? Certo che si, non sono mai stata costante in nulla, è la mia unica coerenza! Ma intanto posto questa nuova foto. Non è Berlino Est ma l’edilizia popolare anni 70, con le sue linee squadrate color cemento armato.
ps: non voleva essere una foto concettuale ma il dettaglio di una che non sa far di meglio!

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LABIRINTI

Ognuno può riconoscere momenti che si collocano come “decisivi”, ne abbiamo coscienza solo a posteriori. La città esplode intorno, Milano ha due grosse virtù, è anonima e indifferente e a volte è utile non esistere per nessuno. Oltre il finestrino del mio taxi ogni sconosciuto ha una storia, dei segreti, un amante, un’offesa, una ferita. È importante riconoscere il momento “decisivo”, è importante assecondarlo. Milano è un labirinto per topi, immobili di fronte a un bivio. Hanno imparato il percorso a memoria, spaventati da ogni decisione.

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NON E’ LO SPOT DI EQUITALIA!

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Il suicidio è tornato di moda. Il tassametro conta la strada mentre la cliente parla del suo nuovo marito. Si, dice proprio così, nuovo ed è felice.

“Ogni donna dovrebbe, almeno una volta nella vita, cambiare casa, look, capelli, città e marito…” Ecco, con questa frase sono diventata campionessa mondiale di figure di merda! Inutile dire, che fine abbia mai fatto il vecchio marito…

Lo so, sono un mostro, eppure, mostri non si nasce. Tu, per esempio, che leggi qui, ora, adesso, parola per parola, il dolore non è prerogativa di esseri superiori. La paura, le delusioni, l’abbandono, l’ansia – è solo che alcuni usano l’ironia, ed è solo un modo, uno dei tanti, per restare vivi.

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C’E’ ANCORA TANTA STRADA DA FARE


Quando mia madre nacque le donne neppure votavano. Mia nonna non ha mai preso la patente. Le vite delle donne che ci hanno crescite non sono così distanti.

Il vecchio sta accanto all’anziana moglie, come ad una madre. Amore per loro è “prendersi cura”, chiederti se hai mangiato. Un vecchio-bambino, arrogante e fragile.

“Non c’era mica un uomo da fargli portare il taxi?“, borbotta saccente.

Ultimamente mi sto intenerendo, non so che mi succede, non sono più quella che una volta gli avrebbe risposto: “Hai votato democrazia cristiana per 40 anni, creato la crisi, allargato il debito pubblico, inquinato il pianeta. Lavoro per pagarti la pensione e ti aspettavi un maggiordomo nero in guida bianchi alla guida del tuo stramaledetto taxi!?”, Eppure, l’ho solo pensato…

“Questo è quello che succede quando dai il voto alle donne!”, ho risposto saracastica accendendo il motore.

Votiamo da 66 anniDa 60 anni non siamo più interdette ai Pubblici Uffici;Nel 1874 ci hanno concesso l’accesso ai licei e alle università ma, di fatto, le iscrizioni femminili venivano respinte.

Non siamo così distanti…

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 HO FATTO IL PIENO

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L’AMORE AI TEMPI DELL’I-PHONE

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Credo ci sia qualcosa che non va in me. Guardo le persone e non ci trovo nulla d’interessante, a volte la gente esprime tristezza. Eppure voglio giudicare solo me stessa. Se sommassi ogni istante passato su facebook a commentare topolini, palloncini, gattini,  foto, fattorie virtuali, applicazioni e minchiate di ogni genere e specie, m’avanzerebbe una seconda esistenza. Sono troppo poco Social per i Network. L’umanità mi ha deluso: non ha alcuna coscienza del proprio valore.

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 PSICOTAXI

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Saper vivere non è da tutti. La scienza dovrebbe studiare il DNA dei pochi saggi impermeabili alla stupidità, alla cattiveria, alle ingiustizie, ai tradimenti, all’ipocrisia. Io, invece, sono ancora una che s’incazza! scusate il francesismo!.La calma (apparente) mi costa una fatica  enorme. Sono aggressiva per natura, tollerante per scelta. Scelgo di non arrabbiarmi. E’ una pratica che richiede costante allenamento e concentrazione. Perché talvolta confondo la tolleranza con la passività: è una condizione terribile la passività, quindi prendete carta e penna e segnatevi questa semplice ricetta.

1 Cercate di capire chi vi sta facendo arrabbiare, non per giustIficarlo, le sue ragioni non sono meno importanti delle vostre.

2 Riconoscete la rabbia, Sentitela percorrere il corpo ed esplodere nel cervello: controllatela, oppure sarà lei a controllare voi, sfogarsi peggiora le cose.

3 Fate una pausa di pochi secondi prima di parlare, nel frattempo focalizzate Gandhi, o qualsiasi altro personaggio vi richiami equilibrio e fermezza, io ho scelto lui. 

4 Ora ARGOMENTATE LE VOSTRE RAGIONI, usando le parole non per ferire o provocare, neppure per dare lezioni, ma per convincere l’interlocutore, rispettandolo.

Ma ricordate che se non fate i tassisti non siete costretti ad avere a che fare con tutti!!

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LA FIDANZATA ECO-SOSTENIBILE

Quasi la investo! E’ fiondata in taxi senza darmi il tempo di accostare, come se si tuffasse da una rupe, con disperazione.

“Vada, vada…”, urla piangendo. La guardo dalla cornice dello specchietto. Il rimmel è un arcobaleno che gli cola dagli occhi.

“Dove?” Chiedo.

Mi dice l’indirizzo come se fosse la tana pronta ad accoglierla, a proteggerla. Mi domando cosa le sia accaduto. La solidarietà femminile ha bisogno di poco. Ammesso che delle salviette siano poco quando le lacrime spalmano il mascara ovunque, come se le avessero sparato in faccia. Così si è lanciata sui fazzolettini come una tribù sugli aiuti umanitari.

“Quel bastando! Non fa che ingozzarsi, dire sempre le stesse cose e la partita poi…” , dice strisciando il kleenex sugli occhi. “E’ come una religione il calcio per quello lì, o un’ideologia!”

“Se dovessimo piangere per ogni uomo che guarda la partita, moriremmo disidratate!” Non l’avessi mai detto…

Le righe nere sotto gli occhi le danno un’improvvisa aria cattiva. La disperazione è diventata rabbia.

“Io, non gli ho mai impedito nulla. Cucinavo per lui. Mangiava solo robaccia prima di conoscermi. Lavavo la sua biancheria, malgrado sia allergica ai prodotti chimici. Fingevo che sua madre fosse così piena di buoni consigli e non un’incredibile rompicoglioni. Ho persino iniziato a mangiare i carboidrati per lui! A passare le vacanze in montagna, invece che al mare. A guardare quei film per ragazzini. Come se i fumetti fossero Dostoyevsky! E poi è così pigro. Usa l’automobile persino per andare al bagno! Lo vestivo. Si, si!”, ripete isterica, sgranando gli occhi. “Prima di mettersi come me si vestiva come uno di quegli artisti bohemian con il conto in Svizzera, lui che non ha mai un soldo!”

Ora capisco perché nessuno insegue la sua fuga in taxi. Controllo meglio nello specchietto retrovisore. La strada è proprio deserta.

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IL SOLE A MEZZANOTTE

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Questo sole mi brilla in faccia ogni notte mentre uno sconosciuto mi siede alle spalle. Questa foto, che neppure i colleghi hanno saputo riconoscere, l’ho scattata alle  piastrelle opache di smog che rivestono il ponte di Viale Forlanini. “I tre ponti” li chiamiamo noi tassisti. Pare che non le noti più nessuno le figure geometriche che rivestono la parete. Eppure questo è l’unico sole dei lunghi inverni milanesi, quando le giornate durano poche ore e l’umidità ci fa uscire dalle bocche nuvolette bianche come fumi di scarico. Io trovo che abbia una sua “drammatica” bellezza.

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CERVELLO, ISTRUZIONI PER L’USO

Il titolo non è mio, l’ho preso a prestito dalle mie letture da posteggio taxi.
Hanno vent’anni, anno più, anno meno, 19 e 21. Francesco e Antonio. Ai piedi del palo, sparpagliata sul marciapiede, c’è un po’ delle loro materia organica. Sono stati presi a colpi di cric per una banale lite con un automobilista.
Io ci penso cosa significa essere presi a colpi di cric. STO NEL TRAFFICO OGNI DANNATO GIORNO. LA STRADA E’ IL MIO LUOGO DI LAVORO. Siamo portati a credere che i fatti di cronaca riguardino sempre gli altri. Pensate veramente di essere immuni al giorno di ordinaria follia!? o che un giorno un cric non potrebbe far schizzare il vostro cervello sull’asfalto!? Il cervello è il punto. Forse è il caso di cominciare ad usarlo! Non solo per urlarsi addosso come cani rabbiosi. Succede tutti i giorni. Tutti i giorni vedo gente che si ammazzerebbe per una precedenza non data. Gorilla con il cambio automatico.
La scorsa primavera il collega Luca Massari veniva barbaramente malmenato, morì all’ospedale dopo il coma. Temo che un giorno saremo talmente assuefatti alla violenza che non farà neppure notizia. Eppure quel giorno il cervello sul marciapiede potrebbe essere il tuo. Quando salite in macchina usate la ragione e un po’ di tolleranza.

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STORIE

Non aggiorno il blog da mesi perché da un po’ di tempo sono come un motore rotto. Non starò a parlare delle opportunità consumate, a noi motori rotti le martellate servono solo a fracassarci gli ingranaggi!

Serve invece riconoscere lo “schema ricorrente”, questo si, questo serve davvero! Tuttavia guardarsi dall’esterno è l’esercizio più difficile. Nel blog spesso parlo di chi mi siede alle spalle ma se rivolgo lo specchietto retrovisore su di me allora lo ammetto: la persona che meno conosco sono proprio io! Dicono che tutto ciò che si scrive sia autobiografico. Sicuramente utilizziamo “la nostra prospettiva”, una lente che trasforma il mondo per necessità o bisogni.

“L’uomo più saggio – diceva Socrate – è quello che conosce se stesso” , so poco di questa estranea che è me stessa. A me piacciono le storie di altre vite. Mi piace scrivere di altri, nascondendo me stessa, forse perché non sono saggia. Sembra sciocco ma questo per me è un problema ricorrente e che mi è costato caro…

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IL MIRAGGIO DELL’ALTRO

Non saper pensare, né sentire, né volere senza riferirsi agli altri. La facilità di giudizio ripulisce l’universo, semplificandolo, riducendolo a certezze immobili, per non chiamare errori le proprie esperienze.

Pensieri da traffico delle ore di punta! 2008-1-25 – Milano – dal mio taxi.

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IN VIAGGIO

Quando sono partita il sole non c’era. Alle 5 del mattino Milano è buia e fredda, riposa ancora sotto le coperte calde. Imboccando l’autostrada e lasciandomela alle spalle, mi sono sentita come un ragazzino che scappa di casa. La luce del nuovo giorno sorgeva appena, così dolce e lenta che mi sono fermata in una piazzola a fotografarla, poi è diventata arancione, rosa e gialla ma io ero già lontana.

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ESSER GRATI

Guidare un taxi di notte non è il massimo! Eppure bisognerebbe essere grati di ciò che si ha. Ciò che abbiamo, ciò che siamo, è il nostro punto di partenza verso nuovi desideri ma é lo Psicotaxi che parla! Oggi, invece, vorrei parlare delle parole degli altri, vorrei parlare di libri.

Il vantaggio del turno di notte o, più in generale, del mio lavoro, è l’opportunità di leggere di più. Da un po’ di tempo a questa parte, sfruttando i tempi di attesa, riesco a leggere anche due o tre libri al mese. Cos’altro si potrebbe chiedere ad un lavoro?

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IL KARMA

Questo è il primo di una serie di post sulla sfiga per dimostrare che non esiste. L’idea nasce da un cliente che ha passato tutto il tempo della corsa a lagnarsi e dal fatto che quando guidi un taxi di notte hai tempo per pensare!

La sfortuna e il suo opposto, la fortuna, non esistono. Il Karma esiste, ovvero la catena causale, il ciclo di causa ed effetto. E’ il principio scientifico di azione-reazione. Giustizia cosmica, destino o conseguenze delle proprie azioni.

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NATALE CON I TUOI

Come si sopravvive ad un Natale in famiglia!? Le mie Zie hanno il culo il grosso, le dita cicciotte come wuster, con grossi anelli preziosi e volgari! Sanno tutto loro, hanno capito tutto! Sanno come gira il mondo e perché! L’esistenza finisce e si risolve nella loro consapevolezza.

Mi ricordano che loro, alla mia età, avevano già cinque figli, una famiglia e un marito che per le feste comandate ti regala un elettrodomestico! Ci bevo su! Altrimenti non ne esco viva! L’alcool è un vaccino, un siero antivipere! Però Natale è il giorno della salvezza! La mia salvezza è “turno libero” per i taxi: esco a lavorare, lascio le culone ai loro pettegolezzi, ne hanno per tutti! Non si salva nessuno.

Percorro la città da una parte a quell’altra in un quarto d’ora! Non c’è traffico a Natale, solo pochi disgraziati ospiti dei parenti, saturi di orge alimentari, vittime del barbaro rituale della tombola.

Sono le 18.30. Dalla chiesa di Piazza San Babila esce l’uomo nero, un prete. Sale sul mio taxi, il primo di una breve fila di auto bianche.
“Credevo che non avrei trovato neanche un taxi” mi dice.
No! Ci manca pure il sermone sulla liberalizzazione! Al diavolo! Mo si parla di Teologia, del resto ho una laurea in Filosofia. Se ora non parliamo di Tomismo, veramente non è servita a niente. Per guidare il taxi bastava la patente! Scelgo un inizio teatrale.
“Padre, ho un dubbio”.
Il prete mi prende sul serio, non credevo: “riguardo alla fede?” Chiede.
Non scherzo più, gli parlo con il rispetto che merita chi ci ascolta realmente. Sviscero un dubbio che mi porto dentro da anni: “mi perdoni la franchezza ma a chi gliel’ha fatto fare a Gesù Cristo!? La gente che  è venuto a salvare e redimere l’ha perseguitato e messo in croce.”
Il prete mi guarda come se fossi ubriaca! Non ha tutti i torti! Ma lui non ha grasse Zie rompi scatole, forse.
“La salvezza dipende dalla fede”, mi dice.
“Si, però è un po’ come comprare a scatola chiusa!”
Tace, temo di avere offeso le sue convinzioni ma proprio quando penso che il seminario sia il lavaggio del cervello, il pretino mi sorprende: “Dio ci ha creati liberi, possiamo scegliere di seguirlo oppure d’ignorarlo, non siamo servi.”
Eppure mica sto dicendo che il suo Dio non esiste, ragiono sulla sua infallibilità!
“Intendevo dire che cii ha dato il paradiso e ce lo siamo giocato! Ci ha dato questo pianeta e lo stiamo distruggendo e molti di noi, infondo al cuore quasi tutti, neppure crediamo che esista! Non credo che l’umanità meriti la salvezza! Soprattutto le mie Zie!”

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PSICO UP!

Psicotaxi è felice. Nel mondo delle emotion da sms questa sarebbe la sua faccina:

Parlo di me in terza persona come se la felicità mi fosse estranea! Che non sia proprio un tipo allegro è abbastanza evidente (per es. link) ma da qualche tempo arrivano buone notizie, belle persone e ora LA VENDEMMIA. Anche se non credo di essere la persona giusta: sarà più il vino che mi berrò di quello che aiuterò a produrre!?! 

 

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I PUFFI!

Sapete cosa è peggio di una convalescenza? Una convalescenza senza connessione!
Proprio quando avevo così tante cose da raccontare: articoli, foto, racconti, una super intervista in radio, un app per tassisti, blog amici, vampiri e, dulcis in fundo, un libro in uscita. Eppure, prima la connessione, poi il compiuter, infine la salute, mi salutano e se ne vanno…
Non mi è mai dispiaciuto il dolce far niente ma quando arrivi a scattare foto ai puffi, puoi guardarti intorno e dire a te stessa. “Allora è così che è fatto il fondo!” I prossimi post saranno una risalita, per chi ha voglia di leggerli. A prestissimo.

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